DAL PICCOLO COMPENDIO DI TEOLOGIA E ASCETICA

 


Lotta contro il demonio 219-1

219. 1^ Esistenza e perché della tentazione diabolica.

Abbiamo visto, n. 67, come il demonio, geloso della felicita dei nostri progenitori,

li indusse a peccare e non riuscì che troppo bene nella sua impresa; quindi il

libro della Sapienza dichiara che "la morte entrò nel mondo per l'invidia

del demonio: Invidia diaboli mors introivit in orbem"

 

219-2. D'allora in poi non cessò mai d'infierire contro i discendenti d'Adamo e di tendere loro insidie;

e benchè, dopo la venuta di Nostro Signore sulla terra e il suo trionfo sopra Satana, l'impero ne sia di molto diminuito,

pure non è men vero che noi dobbiamo lottare non solo contro la carne e il sangue, ma anche

contro le potenze delle tenebre e gli spiriti malvagi. Ce l'afferma S. Paolo 219-3:

"Non dobbiamo lottare contro carne e sangue ma contro... spiriti malvagi!

Quoniam non est´ nobis colluctatio adversus carnem et sanguinem, sed adversus...

mundi rectores tenebrarum harum, contra spiritualia nequitiae".

S. Pietro paragona il demonio ad un leone ruggente che fa la ronda attorno a noi

e cerca di divorarci 219-4: "Adversarius vester diabolus tanquam leo rugiens,

circuit quaerens quem devoret".

 

220. La Provvidenza permette questi assalti in virtù del principio generale che Dio governa

le anima non solo direttamente ma anche per mezzo delle cause seconde, lasciando alle creature

una certa libertà d'azione. D'altra parte ci avvisa di stare in guardia, e per proteggerci

c'invia in aiuto gli angeli buoni e in particolare l'angelo custode (n. 186 ss.), senza dire dell'aiuto 

che ci presta egli stesso o per mezzo del suo Figlio. Approfittandoci di quest'aiuto, noi trionfiamo

del demonio, ci rassodiamo nella virtù e acquistiamo meriti per il cielo.

Quest'ammirabile condotta della Provvidenza ci mostra anche meglio 

quale somma importanza dobbiamo dare alla nostra salvezza e alla nostra 

santificazione, dacchè vi prendono parte il cielo e l'inferno, e attorno all'anima 

nostra e talora dentro l'anima stessa avvengono tra le potenze celesti e le 

infernali fieri combattimenti la cui posta è la vita eterna. Per uscirne vittoriosi, 

vediamo come procede il demonio. 

 

221. 2^ La tattica del demonio.

A) Il demonio non può agire direttamente sulle nostre facolta superiori, l'intelligenza e la volonta,

avendo Dio riservato a sè questo santuario; Dio solo può penetrare nel centro dell'anima nostra e 

muovere i segreti congegni della nostra volonta senza farci violenza: Deus 

solus animae illabitur. Ma può operare direttamente sul corpo, sui sensi esterni

ed interni, in particolare sulla fantasia e sulla memoria, come pure sull

e passioni che risiedono nell'appetito sensitivo; in questo modo viene ad agire 

indirettamente sulla volonta, che dai vari moti della sensibilita è solle

citata a dare il suo consenso. Tuttavia, come osserva S. Tommaso, "essa rest

a sempre libera di acconsentire o di resistere a questi moti delle passioni

: Voluntas semper remanet libera ad consentiendum vel resistendum passioni" 221

-1. B) D'altra parte, benchè il potere del demonio sia molto e

steso sulle facolta sensibili e sul corpo, questo potere è limitato da Dio, 

che non gli permette di tentarci sopra le nostre forze: "Fidelis autem Deus est 

qui non patietur vos tentari supra id quod potestis; sed faciet etiam cum te

ntatione proventum" 

 

221-2. Chi dunque s'appoggia su Dio con umilta e confidenza è sicuro di riuscire 

vittorioso. 

 

222. C) Non bisogna poi credere, dice S. Tommaso 222-1, che tutte le tentazioni

che abbiamo siano opera del demonio; la nostra concupiscenza, mossa da abitudini passate

e da imprudenze presenti, basta a spiegarne un gran numero: "Unusquisque vero tentatur

a concupiscentia^ sua^abstractus et illectus"

 

222-2. Come pure sarebbe temerario l'affermare che non abbia influenza

su nessuna contrariamente al chiaro insegnamento della Scrittura e 

della Tradizione; la sua gelosia contro gli uomini e il desiderio che ha di farseli 

schiavi, ne spiegano abbastanza il malefico intervento

 

222-3. Or come riconoscere la tentazione diabolica?

È cosa difficile, bastando la nostra concupiscenza a violentemente tentarci.

Tuttavia si può dire che quando la tentazione è subitanea, violenta e di una durata eccessiva,

il demonio vi ha certamente una larga parte. Si può argomentarlo specialmente quando la

tentazione turba profondamente e a lungo l'anima, quando suggerisce il gusto delle cose chiassose, 

delle mortificazioni straordinarie ed appariscenti e principalmente quando si è fortemente inclinati

a non dir nulla di tutto questo al proprio direttore e a diffidare dei propri superiori 222-4. 

 

223. 3^ Rimedi contro la tentazione diabolica. Questi rimedi 

ci sono indicati dai Santi e particolarmente da S. Teresa.

 

223-1. A) Il primo è una preghiera umile e fiduciosa,

per trarre dalla nostra parte Dio e gli angeli suoi.

Se Dio è con noi, chi sara contro di noi? Chi infatti può essere paragonato con Dio?

"Quis ut Deus?" Questa preghiera dev'essere umile;

perché nulla v'è che metta più rapidamente in fuga l'Angelo ribelle, il quale, ribellatosi per orgoglio,

non seppe mai praticare questa virtù: l'umiliarsi dinanzi a Dio, il riconoscersi impotenti

a trionfare senza il suo aiuto, sconcerta i disegni dell'Angelo superbo.

Dev'essere pure fiduciosa; perché, premendo alla gloria di Dio il nostro trionfo,

possiamo avere piena fiducia nell'efficacia della sua grazia. È bene pure invocare S. Michele,

che, avendo inflitto al demonio una splendida sconfitta, sarà lieto di coronare la sua vittoria in noi

e per mezzo di noi. E volentieri lo asseconderà il nostro Angelo custode se con

fidiamo in lui. Ma non dimenticheremo di pregare specialmente la Vergine immacolata,

che col piede verginale non cessa di schiacciare il capo al serpente ed è per il demonio più terribile

di un esercito schierato in battaglia.

 

224. B) Il secondo mezzo è l'uso confidente dei sacramenti e dei 

sacramentali. La confessione, essendo un atto d'umiltà, mette in fuga il demonio;

l'assoluzione che le tien dietro ci applica i meriti di Gesù Cristo e ci rende invulnerabili ai suoi dardi;

la santa comunione, mettendo nel nostro cuore Colui che ha vinto Satana, ispira al demonio un vero 

terrore. Gli stessi sacramenti, il segno della croce o le preghiere liturgiche fatte

con spirito di fede in unione con la Chiesa, sono pure di prezioso aiuto. S. Teresa 


224- 1 raccomanda in particolare l'acqua benedetta, forse perché

è molto umiliante per il demonio vedersi sbaragliato con un mezzo così semplice. 

225. C) Ultimo mezzo è un sommo disprezzo del demonio. Ce 

lo dice pure S. Teresa: "Frequentissimamente mi tormentano questi

maledetti; ma mi fanno proprio poca paura; perché essi, e io lo vedo benissimo, non possono

muovere un passo senza il permesso di Dio.... Vorrei che si sapesse bene, tutte le volte che noi li disprezziamo,

essi perdono di loro forze, e l'anima acquista su loro un sempre maggior impero.... 

Sono forti solo contro le anime codarde, che cedono loro le armi; contro di costoro fanno mostra

del loro potere" 225-1. Vedersi disprezzati da esseri più deboli è infatti una dura umiliazione per questi spiriti s

uperbi. Ora noi, come abbiamo detto, appoggiati umilmente su Dio, abbiamo il diritto e il dovere di disprezzarli:

"Si Deus pro nobis, quis contra nos?" Possono  abbaiare ma non possono mordere, se, per imprudenza o per orgoglio,

noi non ci mettiamo in loro potere: "latrare potest, mordere non potest nisi volentem". A questo modo pertanto la lotta che dobbiamo sostenere contro il demonio, come pure contro il mondo e la concupiscenza, ci rassoda nella vita 

soprannaturale, anzi vi ci fa anche progredire. 

 

CONCLUSIONE. 

226. 1^ La vita cristiana è, come abbiamo visto, una lotta, lotta penosa che, con peripezie diverse, non termina che alla morte; lottadi importanza capitale, perchè la posta ne è la vita eterna. Come insegna S. Paolo, ci sono in noi due uomini: a) l'uomo rigenerato, l'uomo nuovo, con tendenze nobili, soprannaturali, divine, prodotte in noi dallo Spirito Santo per i meriti di Gesù e per l'intercessione della SS. Vergine e dei Santi; tendenze a cui ci studiamo di corrispondere mettendo in opera, sotto l'influsso della grazia attuale, l'organismo soprannaturale di cui Dio ci ha dotati. b) Ma al suo fianco c'è l'uomo naturale, l'uomo carnale, il vecchio uomo, con le tendenze malvage che il battesimo non ha estirpato dall'anima nostra: è la triplice concupiscenza che abbiamo dal primo nostro nascere, e che il mondo e il demonio stuzzicano e rinforzano, tendenza abituale che ci porta all'amore disordinato dei piaceri sensuali, della nostra eccellenza e dei beni della terra. Questi due uomini vengono fatalmente a conflitto: la carne o l'uomo vecchio desidera e cerca il piacere senza curarsi della sua moralita; lo spirito ben gli rammenta che vi sono piaceri proibiti e pericolosi che bisogna sacrificare al dovere, vale a dire alla volonta di Dio; ma, insistendo la carne nei suoi desideri, la volonta, aiutata dalla grazia, è obbligata a mortificarla e occorrendo crocifiggerla. Il cristiano è dunque un soldato, 226-1 un atleta, che lotta per una corona immortale e lotta fino alla morte. 

 

227. 2^ Questa lotta è perpetua; perché, non ostante i nostri sforzi non possiamo liberarci dall'uomo vecchio; non possiamo che indebolirlo, incatenarlo, e fortificare nello stesso tempo l'uomo nuovo contro i suoi assalti. Da principio la lotta è quindi più viva, più accanita, e i contrattacchi del nemico più numerosi e più violenti. Ma a mano a mano che, con 

sforzi energici e costanti, riportiamo vittorie, il nostro nemico s'inde bolisce, le passioni si calmano, e, salvo certi momenti di prova voluti da Dio per e levarci a più alta perfezione, godiamo d'una calma relativa, presagio della vittoria definitiva. Alla grazia di Dio ne dobbiamo il buon esito. Non dimentichiamo però che le grazie concesseci sono grazie di combattimento non di riposo; che siamo lottatori, atleti, asceti, e che dobbiamo, come S. Paolo, lottare sino alla fine per meritar la corona: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è serbata la corona di giustizia che il Signore mi darà! Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. In reliquo reposita est mihi corona iustitiae quam reddet mihi Dominus" 

 

227-1. È questo il mezzo di perfezionare in noi la vita cristiana e d'acquistare copiosi meriti. sez. II. L'aumento della vita spirituale per mezzo del merito 228-1. 

 

228. Noi progrediamo per mezzo della lotta contro i nostri nemici ma più ancora con gli atti meritorii che facciamo ogni giorno. Ogni opera buona, fatta liberamente da un'anima in stato di grazia per un fine soprannaturale, possiede un triplice valore, meritorio, sodisfattorio e impetratorio, che contribuisce al nostro progresso spirituale. 

a) Un valore meritorio, col quale aumentiamo il nostro capitale di grazia abituale e i nostri diritti alla gloria celeste:

ne riparleremo subito. 

b) Un valore sodisfattorio, che inchiude a sua volta un triplice elemento: 1) la propiziazione, che per ragion del cuore contrito ed umiliato ci rende propizio Dio e l'inclina a perdonarci le colpe; 2) l'espiazione che, con l'infusione della grazia, cancella la colpa; 3) la sodisfazione che, per il carattere penoso annesso alle nostre buone opere, annulla in tutto o in parte la pena dovuta al peccato. Questi felici risultati non sono prodotti soltanto dalle opere propriamente dette ma anche dall'accettazione volontaria dei mali e dei patimenti di questa vita, come insegna il Concilio di Trento 228-2; il quale aggiunge che vi è in questo un gran segno del divino amore. Che cosa infatti di più consolante che poterci giovare di tutte le avversita per purificarci l'anima e unirla più perfettamente a Dio? c) Finalmente queste opere hanno pure un valore impetratorio, in quanto contengono una domanda di nuove grazie rivolta all'infinita misericordia di Dio. Come ben fa notare S. Tommaso, si prega non solo quando inmodo esplicito si presenta una supplica a Dio, ma anche quando con uno slancio del cuore o con le opere si tende a Lui, così che prega sempre colui che l'intiera sua vita tiene sempre ordinata a Dio: "tamdiu homo orat quamdiu agit corde, ore vel opere ut in Deum tendat, et sic semper orat qui totam suam vitam in Deum ordinat"

 

228-3. Infatti, questo slancio verso Dio non è forse una preghiera, un'elevazione dell'anima verso Dio

e un mezzo efficacissimo per ottenere da Lui quanto desideriamo per noi e per gli altri? Per lo scopo che ci proponiamo, ci bastera esporre la dottrina sul merito dicendone: * 1^ la natura; * 2^ le condizioni che ne aumentano il valore. 

I. La natura del merito. Due punti sono da spiegare: * 1^ che cos'è il merito; 

* 2^ in che modo le nostre azioni sono meritorie. 

 

1^ CHE COS'È IL MERITO. 

229. A) Il merito in generale è il diritto a una ricompensa.

Il merito soprannaturale, di cui qui trattiamo, sarà dunque il diritto a una ricompensa soprannaturale,

vale a dire a una partecipazione alla vita di Dio, alla grazia e alla gloria. Non essendo Dio tenuto a farci partecipare alla sua vita, occorrerà una promessa da parte sua per conferirci un vero diritto a questa ricompensa soprannaturale. Si può quindi definire il merito soprannaturale: un diritto a una ricompensa soprannaturale, che risulta da un'opera soprannaturale buona, fatta liberamente per Dio, e da una promessa divina che garantisce questa ricompensa. 

 

230. B) Il merito è di due specie: a) il merito propriamente detto (che si chiama de condigno), al quale la retribuzione è dovuta per giustizia, perché vi è una specie d'uguaglianza o di proporzione reale tra l'opera e la retribuzione; 

b) il merito di convenienza (de congruo), che non si fonda sulla stretta giustizia ma su un'alta convenienza, essendo l'opera solo in piccola misura proporzionata alla ricompensa. Per dare un'idea approssimativa di questa differenza, si può dire che il soldato che si diporta valorosamente sul campo di battaglia, ha uno stretto diritto al soldo di guerra, ma solo un diritto di convenienza ad essere citato nel bollettino di guerra o ad essere decorato. 

C) Il Concilio di Trento insegna che le opere dell'uomo giustificato meritano 

veramente un aumento di grazia, la vita eterna, e, se muore in questo stato, il 

conseguimento della gloria 230-1. 

 

231. D) Richiamiamo brevemente le condizioni generali del merito. 

a) L'opera, per essere meritoria, dev'essere libera; infatti se si opera per forza o 

per necessita, non si è moralmente responsabili dei propri atti.

b) Deve essere soprannaturalmente buona, per aver proporzione colla ricompensa;

c) e, quando si tratta di merito propriamente detto, dev'essere fatto in stato di grazia, 

perché è la grazia che fa abitare e vivere Cristo nell'anima nostra e ci rende 

partecipi dei suoi meriti; d) fatta nel corso della vita mortale o viatoria, avendo 

Dio sapientemente determinato che, dopo un periodo di prova in cui possiamo 

meritare o demeritare, arrivassimo al termine, dove si resta fissati per sempre 

nello stato in cui si muore. A queste condizioni da parte dell'uomo si aggiunge, 

da parte di Dio, la promessa che ci da un vero diritto alla vita eterna; secondo 

S. Giacomo infatti "il giusto riceve la corona di vita che Dio ha promesso a coloro che l'amano:

Accipiet coronam vitae quam repromisit Deus diligentibusse" 231-1. 


 


“Compendio di Teologia Ascetica e Mistica” di Padre Adolphe-Alfred Tanquerey                     
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