DELLA MISURA DEL CIBO

RB 39

  • Crediamo che per il pasto quotidiano di Sesta e di Nona (di Nona significa alle ore 15:00 ma dopo la preghiera Nona e nei giorni mercoledì e venerdì) siano sufficienti  ad ogni mensa due vivande cotte, e così chi per caso non potrà mangiare l´una, si nutrirá dell´altra. Se poi vi sono frutta o legumi freschi del luogo, si aggiunga la terza.

 

Se i Padri del deserto avessero potuto leggere questo capitolo della Regola, forse avrebbero ritenuto tali prescrizioni come fatte per monaci rilassati! Certo alcuni dei loro maestri (dice San Basil) raccomandano come S.Benedetto la discrezione nell´astinenza e nel digiuno: ma la più larga percentuale degli Orientali resta al disotto della distinta che S. Benedetto accorda ogni giorno a tutti i suoi e che comprende fino a tre servizi. Di più San Benedetto propone questo regime con riserva, come mezzo ragionevole (sufficere credimus) e lascia all´Abate la facoltà di aggiungere un piccolo extra. Una tale condiscendenza si comprende subito se si consente a scopo a cui tendeva il nostro Padte Benedetto: dare accesso alla vita monastica a molte anime che certe esagerazioni avrebbero tenute lontane per sempre, adattare la sua Regola alle condizioni ordinarie del temperamento occidentale e di una regione in cui il clima più rigido obbliga a compensare la mancanza di calore esterno mercè combustioni interne più vive. Bisogna aggiungere che egli scrive per gente che non solo celebra lunghi uffici, ma che lavora all´aperto per una parte del giorno. Il nutrimento che le dà è press´a poco quello dei contadini, semplice e abbondante.

Si serviranno due piatti caldi. San Benedetto non giudica nè opportuno, nè possibile di precisare la loro natura. I legumi hanno sempre formato la base dell´alimentazione dei monaci; le uova, il pesce, i latticini giungevano allora più raramente sulla loro tavola. A Cluny si cuoceva il cibo dei fratelli ogni giorno: era il piatto regolare per eccellenza. Naturalmente S.Benedetto non impone le due pietanze; le permette perché tutti gli appetiti possano essere soddisfatti e riparate le forze di tutti: propter diversorum infirmitates". Aggiunge che grazie a questa doppia portata, il fratello che non potrà mangiare della prima, potrá almeno nutrirsi con l´altra. Ma, secondo la Regola, potremmo poi servirci di tutt´e due? I commentatori si accordano tra loro, e con l´uso, dando risposta affermativa. Dunque: due piatti di cibo cotto basteranno ai fratelli, riprende San Benedetto e si aggiungeranno in terzo luogo frutta o legumi freschi, se si potranno facilmente avere.

Sia se facciano un pasto o due pasti, è la quantità di alimenti bastanti per un giorno, è la refezione quotidiana, sia si facciano due pasti o uno solo, durante la quaresima come per tutto l´altro tempo.

Il pasto di Sesta era il principale. Per i giorni di digiuno si mangiava a Nona, e durante la quaresima ecclesiastica si faceva alla sera l´unico pasto, ma si dava sempre la stessa quantità di nutrimento. San Benedetto lasciava alla delicatezza di ciascuno la cura di diminuire il cibo compatibilmente colla propria salute e coll´obbedienza (cap.XLIX). "Sia sufficiente una libbra di pane al giorno, di buon peso, sia che il pasto sia unico, o diviso in pranzo e cena. Che se si avrà da cenare, il cellerario serbi un terzo di quella libbra di pane, che darà a cena". Ciò che pare decisivo è che i monaci di Cassino conservano con cura il peso del pane e la misura del vino, fissata dal Santo: essi le portano a Roma nel 581, quando sono cacciati dai Longobardi.

L´Abate di Monte Cassino Teodemaro manda a Carlomagno le misure del pane e del vino quali le aveva determinate San Benedetto. 

È evidente che non si tratta solo di reliquie di San Benedetto, ma di norme speciali date da lui. La libbra romana equivale a 327 gr.46.

Sarebbe poco per il nutrimento quotidinao di uomini che lavorano nei campi. Si può credere, dice D. Calmet che S. Benedetto non ha scelto la libbra romana che valeva dodici once (romane), ma la libbra mercantile chene valeva sedici (In Francia, la libbra di Parigi, la più usata, si divideva in sedici once equivalenti a 30 gr. 59 l´una. Molti commentatori peo trovano che non è ancora abbastanza. Le nostre Constituzioni dichiarono che, dal momento che non si conosce il valore della libbra di S. Benedetto, si darà il pane a discrezione.

 

 

DEI MONACI CHE LAVORANO LONTANO DALL´EREMO O DALLA CHIESA O CHE SONO IN VIAGGIO

 

 

Questo capitol stabilisce come debbano celebrare e Ore quei fratelli che non possono trovarsi all´oratorio (nel proprio eremo, in cappella o nella Chiesa), sia che lavorino nei campi, sia che sono in viaggio.

 

San Benedetto dice che "questi compiano l´Ufficio Divino lì dove si trovano a lavoare, inginocchiandosi nel timore di Dio".

 

Osserviamo dapprima che S. Benedetto considera tutti I suoi monaci come tenuti strettamente all´Ufficio: pur tuttavia i monaci di allora non erano chierici, nella maggior parte. I fratelli, andati a lavorare nei campi, faranno in modo di ritornare, per celebrare all´oratorio ogni Ora liturgica, tutte le volte che la distanza non sarà troppo grande e senz´altro anche qualora il lavoro non si possa lasciare senza inconvenienti seri; ma questa seconda condizione, di cui la tradizione monastica ha tenuto conto, non è considerate da S. Benedetto.

Quelli che sono troppo lontani, diranno l´Ufficio nel luogo stesso dove si trovono. Si tratta di casi veramente eccezionali. Tutti i lavori manuali, secondo il pensiero di San Benedetto, devono eseguirsi d´ordinario nell´interno della clausura (cap- LXVI) e in modo che I fratelli possano riunirsi per l´opera di Dio. Se si ha un campo troppo lontano, ci si affida la raccolta a degli operai; perchè in nessun luogo della Regola si esamina l´ipotesi di imprese agricole che richiedano abitualmente le forze vive del Monaco, obbligandolo ad assentarsi per tutto il giorno, o per intere settimane, dal centro della vita conventuale. ---Per gli Eremiti ed Anacoreti, lo interpretiamo che costui non debba allontanarsi troppo dal suo eremo e neanche dedicarsi a dei lavori, che gli costano tutte le forze fisiche e sia spirituali, mancando pregare l´Ufficio Divino, per il poco empo a disposizione.

 

SUI MONACI IN VIAGGIO

“E così quelli che sono in viaggio non lascino passare le ore stabilite; ma le celebrino come possono, e non trascurino di soddisfare il debito della loro consacrazione al servizio di Dio”.

 

L´uso monastico universale era press´a poco questo: quando pareva giunto il momento di recitare l´Ora liturgica, si discendeva dal cavallo (I lunghi viaggi si facevano raramente a piedi), si toglievano I guanti da viaggio, si scopriva il capo, si pregava nello stesso modo e nella medesima positura che si usava stando in coro. Comunicata così l´Ora, si risaliva a cavallo e si continuava la salmodia. Quando le strade erano troppo fangose, o si andava sotto la pioggia o la neve, si era dispensati dalla genuflessione che precede l´Ufficio e si suppliva ad essa recitando il MISERERE; così almeno usavano I cluniacensi, come ricorda Pietro il Venerabile a San Bernardo. Si celebrava l´opera di Dio (l´Ufficio Divino) meglio che si potrà. Se fosse stato necessario recitare tutto l´Ufficio integralmente come si faceva in coro, si sarebbero dovuti portare con se I grossi libri manoscritti. I breviary erano sconosciuti allora e lo furono per lungo tempo ancora. Però, prima della loro apparizione, si può constatare l´uso di manoscritti contenenti parti dell´Ufficio e una raccolta di preghiere e di letture per I viaggiatori. San Benedetto non poteva dare ordini più particolari. Ciò che vuole è che i monaci facciano quanto è loro possibile, non trascurino di compiere il dovere del loro stato; è questo un debito di giustizia e un senza obbligo. Per gli orari di preghiera, certo non sarebbe mai sembrato possibile a San Bendetto che si salmodiassero le Laudi (Lodi: preghiera dell´alba), per esempio, al tramonto del sole o di note. Potremmo anche notare che ci sono luoghi meno favorevoli alla recitazione decente e pia delle nostre Ore; infine che, salvo i casi previsti dalla teologia morale, nessuno ha oggi la libertà di ridurre la liturgia e di adattarla alle necessità del viaggio.

 

 

 

Commentario di Dom Delatte, Abate O.S.B defunto di S. Pietro di Solesmes, sulla Regola di San Benedetto 1917