L'eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione.



Thomas Merton: un vivere alternativo!

 

 

Ciò che spaventa della vita solitaria è l'immediatezza con cui la volontà di Dio preme sulla nostra anima. E’ molto più facile, dolce e sicuro accogliere in noi “la volontà di Dio” pacatamente filtrata attraverso la società, i decreti degli uomini, gli ordini degli altri. Accogliere questa volontà in modo diretto, in tutto il suo incomprensibile, sconcertante mistero, non è possibile a chi non è segretamente protetto e guidato dallo Spirito santo, e nessuno dovrebbe cercare di farlo, a meno che non abbia una certa sicurezza di essere stato realmente chiamato a ciò da Dio. Uno deve nascere alla solitudine prudentemente, pazientemente e dopo una lunga dilazione, fuori dal grembo della società. 

L'eremita rimane nel mondo come un profeta che nessuno ascolta, come una voce che grida nel deserto, come un segno di contraddizione. Il mondo non lo vuole perché egli non ha niente in sé che appartenga al mondo, e lui non capisce più il mondo. Neanche il mondo lo capisce. Ma questa è la sua missione, essere rifiutato dal mondo che, con quel gesto, rifiuta la spaventosa solitudine di Dio stesso.

Perché è di questo che il mondo si risente nei riguardi di Dio: della sua completa alterità, della sua assoluta incapacità di essere assorbito nel contesto degli slogan mondani e utilitaristici, della sua misteriosa trascendenza che lo situa infinitamente al di là della portata dei motti, dei cartelloni e degli slogan politici. E’ più facile per il mondo ricrearsi un dio a propria immagine, un dio che giustifica i suoi slogan quando non vi sono in giro solitari che ricordano agli uomini la solitudine di Dio: il Dio che non può diventare membro di una compagnia puramente umana. Eppure questo Dio solitario ha chiamato gli uomini a un'altra compagnia, con lui, attraverso la passione e la risurrezione di Cristo, attraverso la solitudine del Getsemani e del Calvario, attraverso il mistero di Pasqua e la solitudine dell'Ascensione: tutto ciò che precede la grande comunione di Pentecoste. 

Il timore è prossimo all'amore. Anche coloro che temono il solitario, tuttavia si lasciano affascinare da lui, perché la sua profonda inutilità non cessa di proclamare che egli ha, nonostante tutto, una qualche incomprensibile funzione nel nostro mondo. E’ questa funzione deve esistere nel mondo in forma solitaria, povera e inaccettabile, come lo è Dio stesso nell'anima di così tanti uomini. Il solitario è là per dir loro, in un modo che a stento possono comprendere, che se fossero in grado di scoprire e apprezzare la propria solitudine interiore, immediatamente troverebbero Dio e scoprirebbero, dal suo parlar loro, che sono veramente persone. 

L'argomento abituale di chi protesta contro la solitudine esteriore è che essa è pericolosa, oltre a essere completamente inutile. Inutile perché ciò che conta realmente è la solitudine interiore, o almeno così dicono. E questa “si può ottenere senza isolamento fisico”. Vi è in questa affermazione una verità più terribile di quanto possono immaginare coloro che con tanta facilità la asseriscono, a giustificazione della propria vita senza solitudine, senza silenzio o senza preghiera. 

Vi sono alcuni che fanno coincidere la vita solitaria con l'egoismo e lodano la solitudine all'interno di una comunità come più caritatevole. Ma, in realtà, questa lodata solitudine in comunità tende a divenire una vita confortevole e sicura, resa possibile dai sacrifici e dagli sforzi degli altri. Essa rende più facile la contemplazione grazie alla carità degli altri, e finché il contemplativo è sorretto da loro, egli “gode della sua solitudine”. Non appena diviene insicuro, abbandona la sua solitudine per qualcos'altro e cerca sostegno altrove. Questo nel caso che la sua solitudine sia una finzione. 

Ma esiste una terribile ironia riguardo alla solitudine all'interno di una comunità: se tu sei chiamato da Dio alla solitudine, anche se vivi in comunità, non potrai sfuggirla. Anche se sei circondato dal conforto e dall'aiuto di altri, i legami che ti uniscono a loro a un livello superficiale, si rompono a uno a uno, così che tu non sei più sostenuto da essi, cioè non sei più sostenuto dai meccanismi istintivi, automatici, della vita collettiva. Le loro parole, il loro entusiasmo diventano senza significato. Eppure tu non li disprezzi nè li rifiuti. Anzi, cerchi di vedere se non vi sia ancora qualche modo di capirli e di viverci insieme. E scopri che in una tale situazione le parole non hanno valore. L'unica cosa che ti può aiutare è la profonda, muta comunione di amore genuino.
A questo momento è un grande sollievo essere messi in contatto con altri attraverso qualche semplice attività, qualche funzione del ministero. Allora tu li incontri non con le tue parole, né con le loro, ma con le parole e i gesti sacramentali di Dio. La parola di Dio acquista un'ineffabile purezza e forza quando è vista come l'unica via con cui un solitario può davvero raggiungere la solitudine degli altri, solitudine di cui gli altri sono ignari. Allora egli comprende che li ama più che mai, forse che li ama realmente per la prima volta solo adesso.

Reso umile dalla sua solitudine, riconoscente per l'opera che lo mette a contatto con gli altri, continua a rimanere solo. Non vi è solitudine più grande di quella di uno strumento di Dio che capisce che le sue parole e il suo ministero, anche se sono parole di Dio, non possono far niente per cambiare la sua solitudine. Tuttavia tali parole, al di là di ogni distinzione tra ciò che è dell'uno e ciò che è dell'altro, lo rendono uno con ogni persona che incontra. 

Questa solitudine è la solitudine di Dio stesso nell'uomo; la solitudine del Dio nascosto e sconosciuto che ha “svuotato se stesso” e si è identificato con l'uomo, in cui è dimenticato, ignorato e infinitamente povero. Condividere una tale solitudine, una tale povertà, è una gioia al di là di ogni possibile commento o apprezzamento da parte dell'uomo. 

Non si può dir nulla di adeguato riguardo a una tale gioia. Solo il silenzio può esprimerla degnamente. Ha una sua logica che è al di là del pensiero razionale. Le parole riducono quella logica all'assurdità. 

 

Tratto da Thomas Merton, Un vivere alternativo!